Il titolo di questo post prende il nome da uno straordinario libro di José Saramago. In questo romanzo i cittadini di una città senza nome, chiamati al voto per scegliere tra il PDD (partito di destra), il PDM (partito di mezzo) e il PDS (partito di sinistra) – PDS, sì! – scelgono di votare scheda bianca in proporzioni mai registrate prima: 70%. E dopo l’annullamento della prima tornata elettorale le schede bianche salgono addirittura all’83%.
Ma cosa sono quelle schede bianche se non la manifestazione dell’indifferenza delle persone per una politica che ermeticamente chiusa ai problemi e ai desideri dei cittadini. Che, infatti, sono interpellati solo al momento del voto mentre sono considerati pericolosi sobillatori se rifiutano di aderire ad uno schema di consenso prefabbricato.
Ma non sempre è così. Ci sono momenti in cui il voto torna ad essere uno strumento vivo e potente. Momenti in cui i cittadini sentono che attraverso il voto può veramente cambiare qualcosa. E allora fanculo a tutte le teorie pseudo-politologiche sul non voto come elemento strutturale delle democrazie contemporanee!
Questa volta il granello di sabbia del voto popolare ha fermato uno straordinario meccanismo di concentrazione di potere.
Perché cos’altro ha potuto spingere a perseguire, fuori tempo massimo, l’idea dell’energia nucleare se non lo straordinario addensamento di potere economico-politico-militare che ne deriverebbe.
Mi spiego meglio. Nella promozione dell’energia nucleare è implicita una promozione di un modello di potere nella società in cui tutto il potere emana da un nucleo, centrale e sovraordinato, e i cittadini possono essere solo soggetti passivi e atomizzati (ovvero consumatori!). Un modello di potere perfettamente simmetrico al broadcast per le comunicazioni di massa.
Viceversa una società basata sulla diffusione delle energie rinnovabili moltiplicherebbe le fonti di produzione, conferirebbe a molti individui anche il ruolo di produttore e genererebbe una relazione di potere più distribuita e a due vie. I gestori elettrici sarebbero infatti sia venditori che acquirenti di energia elettrica. In questo caso, dunque, si configurerebbe un modello di potere molto simile a quello della Rete ovvero un modello a potere diffuso. Un modello da fermare ad ogni costo per chi ha in mente una società controllata dal centro.
E analoghi meccanismi di concentrazione o di aumento di aumento del potere economico-politico erano leggibili anche nei due quesiti sull’acqua.
Perché nella possibilità di affidare la gestione dell’acqua ai privati si delineava un’occasione di dare vita a nuovi potentati economici in grado di “prendere in ostaggio” intere comunità locali. Specie quelle più piccole. In aggiunta, il vettore dei profitti, per queste nuove aggregazioni di interesse, sarebbe stato assicurato per legge attraverso la possibilità di stabilire una tariffa del 7% per la remunerazione del capitale investito. Come previsto da uno dei due quesiti sull’acqua. Perché in questo nostro bizzarro paese i campioni del libero mercato pretenderebbero che la remunerazione del capitale fosse istituita per legge.
In questo quadro, poi, la questione del legittimo impedimento appare addirittura grottesca. Quale maggiore concentrazione di potere se non quella prevista da una legge che prevede, per il solo Presidentet del Consiglio, il privilegio di scegliere se e quando comparire dinnanzi al Tribunale.
Nonostante il muro del silenzio, la disinformazione, le norme bocciate dalla Cassazione, gli inviti ad andare al mare e il profluvio di trucchetti da banchetto delle tre carte che hanno dovuto subire, stavolta, gli italiani non ci sono cascati.
Perché, rispetto ad altre, passate, tornate elettorali stavolta la differenza tra i due schieramenti – quello del No e quello del Sì – è apparsa chiara come non mai. Sicuramente più evidente di quanto non fosse la differenza tra centrodestra e centro sinistra nelle ultime due/tre elezioni politiche.
Inoltre, a differenza di quanto successo in altre chiamate alle urne per i referendum, in questo caso i cittadini non sono stati chiamati a votare per togliere le castagne dal fuoco alla politica.
In questo nuovo quadro la vera problematica è come dare sbocchi alla voglia di cambiamento che questo paese ha espresso per ben due volte consecutive nel giro di un mese. Alle amministrative, con il passaggio di Milano e Cagliari al centrosinistra (e di tanti altri centri minori) e con l’elezione di De Magistris a Napoli e oggi, con il raggiungimento del quorum e la schiacciante vittoria dei Sì.
Gli scenari possibili sono due. Il primo, reputato più probabile, prevede che i partiti del centrosinistra inizino immediatamente a litigare su chi “ha vinto di più”, che cerchino di contendersi una maggiore visibilità mediatica a colpi di bazooka e che, da oggi alle prossime elezioni politiche, con ogni mezzo, tentino di strappare briciole di potere qua e la a scapito degli alleati. Conseguente alla realizzazione di questo scenario è la rapida estinzione dei partiti del centrosinistra e, probabilmente, anche della forma partitica come l’abbiamo fin qui conosciuta in favore di una pluralità di movimenti carismatici, tradizionali, qualunquisti o localistici assemblati senza alcuna dimensione progettuale.
Il secondo scenario prevede invece che il centrosinistra imbocchi un’altra strada. La più difficile. Quella della costruzione di un nuovo rapporto tra partiti e società e che passa attraverso la costruzione di grandi mobilitazioni sociali e di opinione. Processi partecipativi come quelli che si sono realizzati a Milano per l’elezione di Giuliano Pisapia a Milano o come sono stati i movimenti referendari sull’acqua e sul nucleare. Momenti di partecipazione e costruzione di consapevolezza sociale cui hanno preso parte decine di migliaia di persone.
Perché il vento è cambiato. Si tratta ora di capire se si vogliono costruire muri o mulini a vento!